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Giovedì 23 Giugno 2016 17:58

Le comunità minorili terapeutiche umbre.

Le responsabilità delle istituzioni pubbliche

Tagliate le ali ai minori

per non farli tornare a volare!

di Ubaldo Valentini*

 

Sconcerto ha suscitato la trasmissione televisiva di Rai 3 “Chi l’ha visto” del 22.6.2016 nel corso della quale si è parlato a lungo di una comunità per minori umbra e sono state riportate alla ribalta inquietanti scomparse di minori in difficoltà, di cui una ritrovata morta per overdose all’Ospedale Forlanini di Roma. Un’altra bambina di quattrodici anni scompare dalla stessa comunità, dopo altri due tentativi di fuga, nel 2003 e di lei non si è più saputo nulla. La magistratura archivia il caso come fuga volontaria: forse in base alle dichiarazioni dei dirigenti e professionisti della comunità. I dirigenti del centro non hanno mai chiamato la famiglia di origine dei minori scomparsi!

Una ex-dipendente - che non vi lavora più dal 2011 - ha messo in evidenza come la comunità - che anni or sono percepiva dalle istituzioni pubbliche oltre duecento euro al giorno per ogni minore accolto e tale somma oggi sarà sicuramente ben più consistente – disattendeva ai programmi “terapeutici” sbandierati per il recupero dei minori, facendo loro superare le gravi criticità esistenziali e per il loro inserimento nel mondo del lavoro ed ha denunciato l’inesistenza dei controlli delle istituzioni proposte alla vigilanza.

Ogni visita-ispezione non avveniva a sorpresa ma era annunciata con molto anticipo, come attesta la ex-dipendente e come la nostra esperienza ventennale ci induce a confermare che così avviene, nei pochi casi in cui le ispezioni vengono fatte da strutture terze. Di alcuni minori non si sa più nulla da tredici anni dopo la loro scomparsa.

La comunità è sorta venti anni fa per iniziativa di due coniugi con l’obiettivo di realizzare una realtà capace di soccorrere, assistere, curare e prevenire le devianze e le sofferenze minorili. Per loro quel progetto, allora, era insieme una sfida ed un sogno. “Ora il sogno è una realtà – spiegano i coniugi che di fatto gestiscono la cooperativa sociale come una attività imprenditoriale privata -, ma resta sempre la sfida. Quella di far uscir fuori da atroci sofferenze questi ragazzi. Ridare loro le ali per farli tornare a volare. A vivere”.

La comunità – che forse gestisce anche altri centri, come si potrebbe intuire dal web - accoglie minori da tutto il territorio nazionale, inseriti con provvedimento del Tribunale per i Minorenni o dai Servizi Sociali degli Enti territorialmente competenti.

A maggio la presidente delle regione Umbria Catiuscia Marini, accompagnata dalla Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza dell’Umbria, Maria Pia Serlupini, ha fatto visita alla comunità e si è soffermata con educatori ed ospiti. “Stando con voi, anche se per poco tempo – ha detto la presidente Marini salutando le ragazze ed i ragazzi ospiti della comunità – ho avuto modo di avvertire con forza la grande e straordinaria carica affettiva che vi circonda e vi accompagna nel vostro difficile, ma importante cammino verso il superamento di una condizione di dolore e sofferenza. Qui ho trovato qualità, serietà e responsabilità sia da parte degli operatori che vi lavorano, che dei tanti volontari che prestano gratuitamente la loro opera al servizio di questa comunità. Questa è stata per me una visita importante anche perché mi consente di conoscere da vicino e meglio le problematicità di queste realtà, e ciò mi aiuta nelle decisioni che come Regione – ha concluso la presidente - dovremo assumere per la regolamentazione dell’attività di queste strutture”.

E’ desolante sapere che le ispezioni di controllo (che, ripetiamo, sarebbero dovute essere severe e avvenire a sorpresa), da parte dei servizi sociali anche da fuori regione, erano annunciate con una settimana di anticipo. Non possiamo non chiedere alla Corte dei Conti dell’Umbria di predisporre una ispezione sull’erogazione dei soldi pubblici alle numerosissime comunità minorili – e non solo - sparse sul territorio regionale.

La criticità di strutture - gestite da tante cooperative sociali, da privati che aprono case famiglie per il recupero dei minori e quant’altro o da società di dubbio volontariato che celano interessi economici di alcuni - è noto da tanto tempo. Non si può sottacere che alcuni giovani, una volta usciti da queste strutture, si sono tolti la vita. Se a ciò si aggiungono i disagi di coloro che all’interno di queste comunità non hanno trovato il dovuto supporto per superare il loro disagio esistenziale e coloro che sono “scappati” da questi centri e di loro non si sa più nulla, è inderogabile un immediato intervento della politica e della società civile.

Cosa dire, poi, della proliferazione in Umbria di comunità “ideologiche” che sfruttano l’onda emotiva che suscitano le violenze sulle donne e i minori disagiati per mettere in piedi centri di accoglienza che usufruiscono di finanziamenti pubblici – talvolta non dovuti – e sui quali nessuno controlla?

I protocolli d’intesa per gestire queste strutture, possibilmente a livello regionale, sono indispensabili e là dove esistono si deve pretenderne il rispetto. I controlli non possono essere pianificati e devono essere fatti da personale altamente specializzato, forti del fatto che il controllore e il controllato hanno ruoli diversi.

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Martedì 17 Maggio 2016 16:03

Lettera in redazione


Le istituzioni e i separati valdostani

 

“Unioni civili, il governo approva la legge. Bene, tutto quello che volete ma con un paese messo in ginocchio dalla crisi si dà tanto risalto a queste cose, che non sono altro che voti per sedie da migliaia e migliaia di euro al mese, anche nella futura pensione!!!!

I politici valdostani sono intoccabili e nessuno di loro controlla l’operato del Tribunale, dei servizi sociali e di tutto il mondo che gira attorno a loro…… Lo fanno perché la stampa non va contro di loro.

Mi viene in mente una cosa che mi dice sempre un mio carissimo amico: “vedi Manu, quando si scrive sulle problematiche, disastrose, dei genitori separati, da noi in valle, nessuno pubblica nulla: giornali, radio, tv. Omertà assoluta”. Allora mi chiedo, dove vivo?

Siamo poco più di 125 mila persone che vivono in Valle d’Aosta ed abbiamo il triste primato di essere in testa alle classifiche italiane per la maggior percentuale di separati e, ad Aosta, venti anni fa c’è stato il primo padre italiano che si è dato fuoco dinnanzi al tribunale per protestare contro le discriminazioni subite da parte della Giustizia che non riconosceva le pari opportunità genitoriali. Dopo due giorni morirà e il suo gesto è ricordato in Europa e in America il 7 aprile di ogni anno, ma sembra essere stato dimenticato proprio ad Aosta, dove qualche giudice di allora è ancora al suo posto e nello stesso tribunale.

I nostri politici locali su queste tematiche non aprono bocca!!

Eppure, con loro, noi siamo sempre stati pronti al dialogo ma, forse, veniamo ignorati perché diciamo le cose come vanno dette e a molti di loro non va giù la nostra chiarezza.

L'assistenzialismo sociale - proposto dai politici attraverso i servizi sociali per non affrontare i veri problemi dei separati – è, secondo il mio modesto parere, una forma di clientelismo elettorale e niente di più.

 

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Venerdì 29 Aprile 2016 17:55

 

Rivoluzionaria sentenza della Cassazione

 

La P.A.S. entra nei Tribunali

 

 

avv. stabilito Francesco Valentini *

 

Dopo tante inutili battaglie nei tribunali per il riconoscimento della PAS (sindrome da alienazione parentale), che è alla base della manipolazione dei minori da parte di un genitore, quasi sempre quello affidatario/collocatario, per indurli a rifiutare l’altro genitore, la Suprema Corte della Cassazione, I sez. civile, l’8 aprile scorso ha emesso una rivoluzionaria sentenza – la n. 6919 – con la quale legittima l’esistenza di questa diffusa alienazione dei figli nelle separazioni.

“In tema di affidamento di figli minori, - scrivono i giudici - qualora un genitore denunci comportamenti dell’altro genitore, affidatario o collocatario, di allontanamento morale e materiale del figlio da sé, indicati come significativi di una PAS (sindrome di alienazione parentale), ai fini della modifica delle modalità di affidamento, il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità in fatto dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova, tipici e specifici della materia, incluse le presunzioni, ed a motivare adeguatamente a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della suddetta patologia, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena”.

Ai giudici del tribunale, dunque, spetta di prendere atto dell’esistenza o meno della violazione del diritto dei figli alla bigenitorialità e del diritto-dovere alla genitorialità del genitore estromesso dalla vita dei propri figli a seguito di una diffusa prassi di lavaggio del cervello dei minori da parte del genitore affidatario o collocatario per indurli a rifiutare l’altro genitore (ricercato solo per l’assegno di mantenimento e per le spese straordinarie) – e i suoi parenti.

 

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Venerdì 29 Aprile 2016 16:42

 
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Giovedì 24 Marzo 2016 20:08

In merito al Centro antiviolenza di Terni


La presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini, nel rispondere alla interrogazione del consigliere regionale di opposizione Sergio De Vincenzi è colta da amnesia ed ignora che


Il danaro pubblico non è di genere e va rispettato!


Avv. Gerardo Spira

Quando si parla di vigilanza e di controlli nella Pubblica amministrazione si finisce per restare imbrogliati nella rete delle competenze, delle responsabilità e dello scarico barile, come se il danaro pubblico avesse la pece che lo tiene invischiato solo nelle mani di chi lo ha usato.

Tutti cercano di scappare, quando si richiama alle responsabilità del suo impiego e ogni soggetto finanziatore, anche da tramite, all'interpello risponde: io non c'entro”.  I politici, quelli orientati, invece fanno a gara ad assegnarlo e distribuirlo pensando poi alla rendita elettorale. Nessuno però vuole vigilare e controllare nella fase più delicata della spesa, quando le operazioni si fanno di politica certosina. Si preferisce disporre ed affidare agli altri compiti che invece spettano alla politica deliberante.

Veniamo al caso che riteniamo di particolare importanza per gli effetti e le considerazioni di affidabilità e credibilità.

Parliamo della vicenda di una separazione caduta sotto il regime dei tribunali di Terni e di Perugia, per i diversi aspetti giuridici, in cui un uomo rimane coinvolto in una strategia, bene orchestrata, messa a punto attraverso una vile e falsa accusa di violenza e di maltrattamenti denunciata dalla compagna convivente.

La donna subito dopo l'esposto, come era presumibile, lascia la casa in cui abitava per rifugiarsi col figlio minorenne di appena due anni in un centro antiviolenza, di Terni, uno dei tanti spuntato dopo l'entrata in vigore della legge 119/2013.

L'illusione dura poco perché il Tribunale in sede penale sbroglia subito la matassa, decidendo di prosciogliere il povero padre che intanto era stato messo nella gogna del percorso protetto.

Il Tribunale di Terni, chiamato sulla questione fa piena giustizia in via civile, dispone l'affidamento condiviso e prescrive le modalità dei rapporti tra padre e figlio.

Il Tribunale dei minori di Perugia, in perfetta linea con quello di Terni, respinge le istanze di affidamento esclusivo e la decadenza dalla responsabilità genitoriale del padre, come la signora aveva chiesto e continuava a chiedere in ogni sede giudiziaria, nonostante il suo proscioglimento penale.

Il Tribunale di Terni nel disporre la collocazione del minore, stabilisce che questi debba vivere con la madre. Non dice dove e non dispone diversamente.

Eppure siamo stati abituati a leggere nelle decisioni dei Tribunali dei minorenni soprattutto questa condizione di affidamento, il luogo di dimora o di residenza dell'affidataria. Invece il Tribunale di Terni non lo indica. Dimenticanza o sottigliezza giuridica?

La donna, da subito dopo la denuncia si è rifugiata in un noto centro antiviolenza di Terni.

Il Tribunale lo sapeva ma non ha disposto in merito. Non ha voluto riconoscerlo o è stata lasciata aperta la porta a presumibili conseguenze giuridiche?

Ma veniamo al caso. Il Tribunale di Terni, tra l'altro, ha affidato al Servizio sociale di Orvieto il compito di programmare per tre mesi (termine perentorio) il percorso tra padre e figlio per consentire ai due di riprendere il normale ed equilibrato rapporto preesistente. La cautela è d'obbligo!

I servizi sociali di Orvieto non hanno saputo gestire la situazione, perdendosi in una complessa corrispondenza di parte, venendo meno ad un dovere di ufficio e cioè quello di programmare la fase con un protocollo di apertura del percorso e di concludere nel termine (tre mesi) fissato dal Tribunale.

 

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Martedì 15 Marzo 2016 12:47

 

A dieci anni dall’entrata in vigore


L’affido condiviso resta pur sempre

una mezza riforma snobbata dai giudici


di Ubaldo Valentini*

Il 1 marzo 2006 veniva pubblicata nella Gazzetta Ufficiale la legge n. 54 del 8 febbraio 2006: "Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli". La legge, che andava a riformare l’art. 155 del c.c. e ad integrare gli artt. 708 e 709 del c.p.c., fu il frutto di tanti compromessi che hanno snaturato il progetto iniziale dell’on. Vittorio Tarditi per lasciare spazio a troppe discrezionalità e per non toccare gli interessi di influenti lobby: avvocati, psicologi, pedagogisti, operatori socio-sanitari, le donne, le madri e le femministe la cui maggioranza consideravano i figli come una loro proprietà e mal sopportavano la condivisione della genitorialità con il partner dopo la fine della convivenza. Queste categorie, non propense ad un affido condiviso realmente paritetico tra i genitori, avevano un forte peso nella compagine parlamentare e finirono per condizionare la stesura finale della legge che ha finito per trascurare i veri interessi dei figli che a parole diceva di voler tutelare.

L’evento fu salutato come una vittoria dei padri e come l’affermazione del principio della bigenitorialità, dimenticando che la stessa non è una conquista ma un diritto naturale sia per i figli che per i genitori che nemmeno la legge sul divorzio può ignorare.

Sono passati dieci anni ed è doveroso fare un bilancio su una legge che indubbiamente costituiva una rottura contro una prassi giudiziaria che non era molto propensa all’affido dei figli al padre nemmeno quando la figura materna era meno idonea. Il padre, nei tribunali, non era tutelato nemmeno nel suo inalienabile diritto genitoriale poiché, di fatto, nell’economia educativa dei figli, gli veniva riconosciuto un ruolo marginale e ai figli non veniva garantito il diritto alle

pari opportunità genitoriali.

Nel 2006 sono state gettate le basi – almeno a livello teorico – per garantire la centralità dei figli nelle separazioni, per una genitorialità condivisa nella quotidianità e per un ruolo significativo degli ascendenti: nonni e parenti. I fatti poi in molti tribunali saranno ben diversi.

Altro punto giustamente rimarcato era la questione economica degli assegni di mantenimento, delle spese straordin

arie e della casa familiare, aspetti, questi, importanti che indubbiamente non potevano essere ignorati (art. 155 e 155 qu

ater c.c.).

Particolare rilevanza aveva l’art.709 ter c.p.c., che prevede interventi incisivi per contenere la prassi diffusa da parte del genitore affidatario – quasi sempre la madre – di ostacolare con i più assurdi pretesti il diritto alla genitorialità dell’altro genitore, incurante del danno psicologico ed affettivo subito dai figli per la mancata osservanza delle disposizioni del tribunale o degli accordi sottoscritti nella consensuale.

La legge voleva c

orreggere certe prassi giudiziarie incentrate quasi esclusivamente sulle questioni dei genitori (quasi sempre di natura economica) e non sui diritti dei figli e sui doveri degli adulti nei loro confronti.

Entrata in vigore la legge e già vi era chi parlava dell’esigenza di un nuovo provvedimento legislativo a causa della sua mancata applicazione nelle aule giudiziarie da parte di tanti giudici. C’era poi chi chiedeva di imporre la mediazione familiare per risolvere la conflittualità tra i genitori. Tesi, queste, fatte proprie da associazioni che troppo spesso celano interessi di varia natura e/o che sono di supporto di partiti, di professionisti e di strutture mantenute con i soldi pubblici.

Criticità della legge sull’affido condiviso

La legge, al di là delle affermazioni di principio, non ha previsto meccanismi vincolanti per garantire, nei fatti, la centralità dei figli nelle separazioni. E’ stata lasciata una discrezionalità eccessiva ai giudici che - come già accaduto in precedenza - la legge non l’applicano e troppo spesso la interpretano in base a teorie pseudo-psicologiche o, purtroppo, solo su prassi consuetudinarie discutibili e non riconducibili ai principi scientifici dalla psicologia dell’età evolutiva.

 

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Mercoledì 02 Marzo 2016 19:03

Una madre d’oltralpe penalizzata dai tribunali liguri per aver difeso la propria figlia

 

La Giustizia minorile del tribunale di Genova

tra fallimento, incompetenza ed arroganza

 

 

Non vogliamo essere considerati dei giustizialisti ma nemmeno siamo disponibili a subire lo strapotere di alcuni giudici che fanno del tribunale un loro feudo e che, senza alcun controllo, negano ai semplici cittadini, italiani ed europei, l’elementare diritto alla giustizia.

Non sappiamo se il Ministro della Giustizia si ponga effettivamente la questione del funzionamento di alcuni tribunali e se consideri l’ipotesi - doverosa a nostro parere – di destinare ad altra occupazione tutti coloro che, nel loro quotidiano operare, sembrano ignorare la legge. Sorte non diversa dovrebbe essere riservata ai loro diretti superiori. Alcuni presidenti dei tribunali, se allertati per le inadempienze e/o irregolarità di alcuni giudici, invece di ascoltare i reclamanti e verificare le loro tesi, li azzittiscono in nome dell’alta professionalità dei giudici contestati.

Ci lascia perplessi quando gli esposti sulla “discutibile” attività di alcuni giudici supportati da denunce, precise e scientificamente documentate, di fatti concreti rimangono a lungo – talvolta per sempre – nei cassetti di corti d’appello, ministero, Csm, procura generale presso la Cassazione, di garanti dell’infanzia nazionali e regionali. Il loro silenzio, se troppo lungo, potrebbe far sorgere inquietanti dubbi sull’uguaglianza dei cittadini e sulla inutilità di certe istituzioni fondamentali per la sopravvivenza della società poiché si radicalizza la certezza che quando la giustizia è incapace ad applicare la legge la nostra società è giunta al capolinea.

Questi i fatti.

Il Tribunale per i minorenni di Genova, investito di un presunto caso di abuso sessuale da parte di un padre sulla figlia di otto anni con lui convivente da parte della Procura della Repubblica di Sanremo/Imperia, condanna immediatamente e senza appello la madre che aveva formulato la denuncia, su insistenza della Questura di Imperia, che aveva ricevuto una segnalazione da Telefono Azzurro.

E’ l’inizio dell’epilogo di una vicenda da incubo sia per la madre, per i nonni e per i cittadini tutti.

La madre, alcuni anni prima, si era vista tolta la figlia all’età di due anni e mezzo perché - su denuncia del padre mentre lei si trovava in ferie con la minore dai nonni materni in Francia - avrebbe sottratto la piccola al convivente per espatriare in un paese africano.

Il solerte Pm della Procura della Repubblica presso il Tribunale minorile di Genova, il giorno successivo alla presentazione della denuncia per eventuali abusi sessuali paterni, era già in grado di sentenziare – forse perché dotato di potenti facoltà divinatorie non avendo fatto alcuna indagine – che i fatti prospettati dalla madre erano inesistenti e che la stessa si era inventato tutto per vendicarsi del padre che le aveva sottratto la figlia. Conseguentemente alle sue “dovute” conclusioni, chiedeva al tribunale minorile: di sospendere immediatamente gli incontri liberi figlia-madre e predisporre quelli protetti in presenza di una educatrice, oltre all’attivazione dell’iter per la decadenza della responsabilità genitoriale materna.

Il tribunale, ha subito decretato di delegare i servizi sociali del comune di residenza della minore con un mandato generico per far seguire la minore dal servizio psichiatrico dell’Asl, per predisporre incontri protetti in presenza di una educatrice con l’obbligo di riferire allo stesso eventuali anomalie. Dopo quattro mesi – periodo in cui la bambina non sapeva dove fosse finita sua madre o meglio era continuamente “bombardata” da padre e company del suo abbandono - sono iniziati gli incontri protetti con cadenza quindicinale e per la durata di 90 minuti. Quando la madre non poteva parteciparvi per motivi di lavoro, tali incontri non venivano recuperati per la indisponibilità del padre ad accompagnare la figlia; nel periodo natalizio e a seguire il giorno del suo compleanno, il 13 gennaio, la signora non ha mai potuto incontrarla per fittizi pretesti dei servizi stessi (molto vicini al padre e ai suoi familiari) che da subito si sono dimostrati ostili e prevenuti nei confronti della donna straniera (francese di origini nobili).

Ogni pretesto era buono per sospendere gli incontri protetti per lunghi periodi, fino ad oltre sei mesi, e per permettere al padre di ascoltare abusivamente gli incontri madre-figlia per conoscere cosa la minore avesse raccontato alla genitrice. I servizi arrivarono a costringere la madre a parlare in italiano con la figlia, pur sapendo che la stessa ne conoscesse solo poche parole; che la figlia parlasse molto bene il francese e che l’educatrice conoscesse bene la lingua d’oltralpe. La cittadina ligure dove vive la bambina – molte volte agli onori della cronaca nera - dista pochi km. dal confine francese.

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Giovedì 25 Febbraio 2016 17:31

Una madre d’oltralpe penalizzata dai tribunali liguri per aver difeso la propria figlia


In nome della Legge!

Ma siamo proprio certi?


Una francese di buona famiglia frequenta un italiano della riviera ligure e rimane incinta ma il fidanzato le impone di abortire per la seconda volta. Lei si rifiuta e la sua vita diviene un inferno: violenze e minacce di ogni genere per indurla ad interrompere la maternità e per costringerla a recarsi in Inghilterra poiché, a dire dell’uomo, tale pratica si effettuava fino al quinto mese. L’uomo, di origine meridionale e con una parentela agli onori della cronaca “per prodigi religiosi” e per attività malavitosa in una città chiacchierata per quest’ultime inquietanti e devianti presenze, non accettava il rifiuto della donna, ritenuto, per ancestrale retaggio culturale, come un oltraggio al maschio dominante.

La signora, in attesa della nascita della bambina, per sottrarsi alle angherie dell’ex fidanzato e dei suoi “inviati”, su consiglio del medico di famiglia, dovette abbandonare la ridente cittadina francese della Costa Azzurra e rifugiarsi presso i propri genitori che vivevano ad ottocento km. di distanza. Una volta partorita e riconosciuta la figlia, fece avvisare il padre dell’evento, il quale, dopo alcuni giorni si recò in ospedale, insultò la madre, non chiese di vedere la figlia e, il giorno dopo, la riconobbe in ritardo. Aspettò le dimissioni dall’ospedale di madre e figlia, con sospetti problemi fisici, e fece subito rientro in Italia.

La bambina, dopo alcune settimane fu nuovamente ricoverata in ospedale e il padre, informato, si rifece vivo in Francia, proponendo alla madre di iniziare una convivenza assieme alla figlia in un appartamento da lui preso in affitto, vicino alla sua vecchia madre, la quale dopo decenni di residenza in Liguria, ancora parla quasi esclusivamente in dialetto meridionale.

La signora, dopo un periodo di riflessione e dopo essersi consultata con i propri genitori e familiari, acconsentì a trasferirsi in Italia, dove si inventò un proprio lavoro artigianale per pagarsi il mutuo del locale (acquistato da lei, ma intestato, però, a nome del compagno), l’affitto dell’abitazione familiare e per mandare avanti la casa poiché il compagno sosteneva che con i suoi introiti avrebbe costruito una casa tutta per loro!

L’uomo, approfittando che la sua compagna non parlava e comprendeva la lingua italiana, fece modificare, all’insaputa della madre, il cognome della figlia facendo anteporre il proprio cognome a quello della madre, avendola riconosciuta ancor prima della nascita, come prevede la legge francese, mentre il padre lo fece dopo i tempi previsti.

Quasi da subito iniziarono le difficoltà poiché il compagno volle ritornare a stare con la propria madre, la quale considerava la signora – perché straniera e per di più francese – incapace a gestire la nipote e la riteneva responsabile di averle sottratto con inganno l’adorato figlio (l’unico maschio e il più piccolo) amante della bella vita, della palestra e delle escursioni in moto e in bici. La madre della bimba quando rientrava dal lavoro non era libera nemmeno di prendere in braccio la propria figlia perché, nell’indifferenza del padre, la “suocera” glielo impediva.

 

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